di Rosarita Linsalata
Curve, rettilinei, sorpassi al cardiopalma e duelli che accendono la pista sono solo alcuni degli aspetti che vengono elencati per descrivere una gara di F1. Poi si notano l’adrenalina, la tensione, le emozioni.
Tutto ciò è assolutamente corretto, ma c’è un altro aspetto che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, viene spesso ingenuamente trascurato e che riguarda i veri protagonisti di questo sport, i piloti. Uomini che fanno della loro passione un lavoro e che ad ogni sessione in pista mettono alla prova il limite delle loro monoposto, ma non solo, anche quello del loro corpo.
In occasione del Gran Premio di Austin, Max Verstappen ha rilasciato delle dichiarazioni sui problemi riscontrati alla sua colonna vertebrale e sulle asperità del circuito. Tutto questo ha portato sotto la lente di ingrandimento un aspetto della sicurezza nel motorsport che non sempre viene notato: le sollecitazioni fisiche alle quali i piloti sono sottoposti continuamente. Sollecitazioni che hanno conseguenze sul loro corpo che vanno al di là dell’azione in pista
Max Verstappen e i problemi alla colonna vertebrale che fanno riflettere
Durante il Gran Premio di Austin, una delle tappe più apprezzate non solo dai tifosi ma anche da alcuni piloti, Max Verstappen ha rilasciato alcune dichiarazioni che hanno attirato l’attenzione nel giro di poco tempo. Il pilota olandese ha parlato di controlli che ha fatto alla colonna vertebrale e che hanno fatto emergere dei problemi. Non è la prima volta che ne fa menzione, già prima di arrivare ad Austin, a chi gli aveva chiesto sensazioni e opinioni per la tappa negli Usa, aveva dichiarato in tono ironico: “Probabilmente dopo il weekend dovrò farmi impiantare una nuova colonna vertebrale, altrimenti diventerò come Robocop“.
Ad oggi Max lamenta di avere la parte bassa della schiena non messa bene, un problema che cela molto di più di quello che sembra. Le attuali monoposto sono molto basse e rasentano quasi il suolo, soprattutto in alcune condizioni, come in frenata o in curva. Lo stesso Max ha riportato che lo scorso anno subiva impatti che superavano i 9G per quanto riguarda i carichi verticali. Una solleticazione continua, che si protende per tutto il tempo della prestazione in pista e che di conseguenza, a lungo andare, danneggia sempre un po’ di più il corpo.
Che cosa succede al circuito di Austin?
Durante le interviste spesso, il quattro volte campione del mondo, ha usato il termine “condizioni incettabili” per descrivere la situazione. A questo punto viene spontaneo chiedersi quali sono. Guardando il circuito della Americhe, il suolo presenta diverse irregolarità. Il terreno su cui sorge il circuito tende a modificarsi con le variazioni ambientali, causando poi le deformazioni. Due delle zone più compromesse sono quelle in corrispondenza della curva 1 e della curva 19. Le costanti modifiche ambientali, rendono di conseguenza poco proficui gli interventi fatti al manto stradale.
In questo quadro si inserisce anche il presidente del circuito, Bobby Epstein, che ha deciso di dire la sua in merito. Epstein dichiara la presenza di un avvallamento alla curva 1, però sostiene che gli altri interventi effettuati sul tracciato abbiano migliorato le condizioni generali di pista. Insomma quello che viene fuori è un contrasto evidente tra chi, come Max, considera le asperità del circuito qualcosa su cui lavorare e chi ritiene che il tracciato sia complessivamente buono.
Cosa succede al corpo di un pilota quando la macchina incontra un dosso?
Al di là delle diverse opinioni sulle condizioni del tracciato, adesso ci focalizziamo sul capire quali sono le conseguenze concrete di queste condizioni sul corpo e la salute di chi guida. Irregolarità e dossi, per i piloti si traducono automaticamente in sollecitazioni continue e ripetute sul corpo per tutta la durata della performance in pista. Nel momento in cui una monoposto incontra un dosso o un avvallamento ad alta velocità, le sospensioni devono cercare di assorbire le irregolarità del terreno e mantenere le ruote a contatto con l’asfalto. Di conseguenza, una parte delle sollecitazioni può essere trasmessa attraverso il telaio e il sedile, coinvolgendo anche la schiena e la muscolatura del pilota. Quindi i piloti si ritrovano nella condizione di dover gestire il controllo della monoposto e di dover subire delle vibrazioni, che se intense e frequenti, contribuiscono a produrre dolore e a genere uno stress fisico non indifferente.
Le opinioni dei piloti
In merito alla questione, altri piloti della griglia hanno espresso la loro opinione. Il campione del mondo Lando Norris, ha concordato con le dichiarazioni fatte da Max, sostenendo che la sua schiena è tutt’altro che perfetta e sottolineando come la guida di una monoposto vada ad incidere molto su di essa con il passare degli anni. Parlando invece del Circuito delle Americhe, ha raccontato come le asperità del tracciato lo portino ad assumere compresse contro il mal di testa prima di alcune sessioni, proprio per contrastare il dolore che nasce dal ripetuto e costante impatto della sua testa contro il poggiatesta.
Di opinione opposta è invece Lewis Hamilton. Il pilota della Scuderia Ferrari ha dichiarato invece di non avere grosse difficoltà con le varie irregolarità del circuito, al contrario anzi le apprezza. Questo perchè, secondo la sua opinione, aumentano la difficoltà e il livello di sfida in pista perchè obbligano il pilota a correggere continuamente i movimenti della monoposto.
Al di là delle diverse opinioni che hanno i singoli piloti, le loro testimonianze portano però ad una considerazione comune: l’importanza che la sicurezza deve avere nel mondo del motorsport e che non deve riguardare solo aspetti più rilevanti ed evidenti, come probabili incidenti, ma anche tutti quelli aspetti nel quale tutto sembra funzionare perfettamente e che invece celano difficoltà.
La sicurezza in pista: dagli incendi ai dossi dell’asfalto
Quando ci si sofferma sul tema della sicurezza nella F1, viene spontaneo pensare a tutte le precauzioni e i sistemi esistenti per fronteggiare situazioni ad alto rischio come un incendio. Oppure ci si sofferma su uno dei progressi più significati che il mondo della F1 ha fatto negli ultimi anni per tutelare i piloti, l’introduzione dell’halo nel 2018.
Tutti sistemi utili e indispensabili, però ad oggi bisogna andare oltre perchè proteggere chi guida deve essere una priorità continua. Il caso di Austin mette in evidenza un aspetto che è meno visibile, ma non per questo inesistente: le sollecitazioni fisiche che i piloti subiscono costantemente.
Il caso di Austin
Dopo le dichiarazioni ascoltate, questa criticità è un problema fondamentale che va risolto. Intervenire non significa necessariamente andare ad eliminare ogni irregolarità della pista o andare a snaturarla, ma individuare delle soluzioni che possono ridimensionare il problema. Nel caso specifico di Austin, le variazioni del terreno contribuiscono a rendere difficile mantenere uniforme lo stato della pista con il passare del tempo. Di conseguenza, servirebbero interventi e valutazioni più profondi da dover mettere in atto per provare ad arginare il problema. Ed oltre a questo, magari sarebbe opportuno aggiungere controlli periodici e misurazioni sistematiche che possano fornire alla FIA, agli organizzatori e agli addetti ai lavori, informazioni in merito a dove è necessario intervenire e magari anche in anticipo.
Il concetto di sicurezza deve estendere i suoi orizzonti, deve andare oltre la progettazione di monoposto sicure e introduzione di dispositivi di protezione, deve guardare a 360 gradi ogni aspetto. Serve valutare contemporaneamente le caratteristiche dell’auto, le esigenze fisiche dei piloti e le condizioni del tracciato. Perchè per quanto una pista può essere spettacolare o impegnativa, chi guida non deve porsi costantemente la domanda: quanto sarà al sicuro il mio corpo oggi e in futuro durante la gara, anche se non finisco coinvolto in un incidente?
Cosa si può fare nel concreto e chi può intervenire?
Abbiamo parlato delle difficoltà, dei problemi, ma viene spontaneo chiedersi a questo punto chi può intervenire, come e con quali strumenti?
Chi può collaborare?
Per quanto riguarda le figure che sono coinvolte, in primis abbiamo la FIA, che si occupa di definire i requisiti di sicurezza e idoneità dei tracciati con ispezioni. Al suo fianco ci sono gli organizzatori degli eventi, che si occupano della manutenzione della pista e devono valutare anche le criticità delle strutture durante il corso del tempo. Ultimi, ma non per importanza, ci sono i singoli team, che possono dare il loro contributo. I team ricevono costantemente dati dalle monoposto e li raccolgono durante tutte le sessioni in pista di un weekend. Potrebbero mettere a disposizioni i dati raccolti, per fornire delle indicazioni su quali sono le zone in cui le irregolarità possono causare più danni.
cosa si può fare?
Per come intervenire si possono avanzare delle ipotesi. Uno degli strumenti utili, che la FIA ha menzionato e viene usato per i controlli dell’omologazione è una riga di riferimento di quattro metri, che ha una tolleranza di più o meno 3 millimetri. Usare questo strumento e farlo affiancare da valutazioni e misurazioni strumentali, ripetute nel tempo sul suolo, può essere un’ipotesi e un punto di partenza. A questo si possono aggiungere, come abbiamo detto nel paragrafo precedente, i dati che vengono raccolti dalle monoposto, accelerazioni verticali, vibrazioni e altri dati che provengono dai sensori possono aiutare insieme ai dati forniti direttamente dai piloti a costruire un quadro completo del problema individuandolo in maniera più precisa.
Queste sono alcune delle ipotesi in merito ad eventuali strumenti che si possono adottare, quello che sicuramente serve è un confronto continuo tra misurazioni della pista, dati raccolti durante le sessioni e segnalazioni dei piloti. Questo potrebbe aiutare notevolmente il sistema e rendere più efficaci i vari interventi.
Tirando le somme
La F1 è stato, è e rimarrà, uno sport nel quale gli elementi essenziali che lo contraddistinguono sono velocità, adrenalina e limiti da guardare, vivere e superare curva dopo curva. Ma questo non deve togliere spazio al tema della sicurezza di chi quello sport lo vive come il proprio lavoro. L’obiettivo quindi deve essere un lavoro unanime che miri a tutelare chi guida senza andare a “danneggiare” lo spettacolo. Ricordiamoci che spingere una monoposto oltre il limite è importante, è adrenalinico e perchè no anche divertente, ma questo non significare che deve essere naturale mettere a rischio, giro dopo giro, la salute di chi guida e che non si debba fare niente per intervenire.