di Rosarita Linsalata
Il calendario della F1 è caratterizzato da 24 circuiti, ognuno con le proprie peculiarità. Ci sono piste più tecniche, altre più storiche, alcune più divertenti e stimolanti per i piloti e altre più difficili. Ma la caratteristica principale che subito salta all’occhio è che ci sono piste in grado di mettere in evidenzia le potenzialità di una monoposto e piste che, ancora oggi, riescono ad esaltare il talento dei piloti.
Tenendo conto di questo scenario, si può dire che il weekend del Gran Premio del Canada ha lasciato una sensazione molto chiara nel circus della F1. Il circuito di Montréal continua a essere uno degli ultimi circuiti in grado di premiare qualcosa che la F1 moderna sta lentamente mettendo in secondo piano: l’istinto.
Ed è forse grazie ad esso, se il weekend di Lewis Hamilton e il suo secondo posto sul podio hanno avuto un sapore diverso. Il risultato ottenuto dal sette volte campione del mondo, è frutto non solo di una strategia riuscita e di una macchina competitiva, ma anche e soprattutto di un talento caratterizzato da adattamento, coraggio, sensibilità e connessione con la pista, in grado di fare la differenza. Tutti elementi che al giorno d’oggi i simulatori super professionali usati dalle scuderie e dai piloti cercano di replicare, ma che non riescono ad insegnare fino in fondo.
F1 Canada: Montréal è una pista “vecchia scuola”
Nell’attuale calendario di F1, il Gran Premio del Canada si può associare ad una nota diversa in un pentagramma “perfetto”. Questo perchè il circuito di Montréal conserva delle caratteristiche quasi rare da riscontrare negli altri, come per esempio cordoli aggressivi, muri vicinissimi ed errori che se commessi ti chiedono il conto immediatamente. Montréal non è una pista asettica nella quale basta eseguire fedelmente la demo svolta al simulatore. E’ un circuito nel quale viene chiesto al pilota di essere attento a qualsiasi sensazione, di interpretare ogni secondo quello che succede sotto le gomme della propria monoposto mentre sfreccia sull’asfalto.
Siamo abituati a monoposto progettate intorno alla precisione aerodinamica, con assetti rigidi e strategie studiate nei minimi dettagli. In questo scenario il circuito dedicato a Gilles Villeneuve fa la differenza, perchè chiede ai piloti di non fidarsi solo di dati e simulazioni effettuate ma di “sentire” la macchina e di adattarsi curva dopo curva.
Hamilton e quel modo di “sentire” che appartiene alla vecchia scuola di F1
Se ci si focalizza su Hamilton e sulle sue performance in pista di questo weekend, in modo particolare sulla gara della domenica, si può notare quanto detto fino a poc’anzi. Correzioni minime in uscita dalle chicane, buona gestione nelle frenate lunghe e precisione nell’affrontare i cordoli senza destabilizzare la monoposto, sono solo alcuni aspetti che gli hanno permesso di fare la differenza su una pista come Montréal e che lo collocano nella categoria di chi è figlio della “vecchia scuola” della F1.
Il pilota britannico fa parte di quella generazione di piloti cresciuti in una F1 ancora analogica, caratterizzata principalmente da meno simulazione e dipendenza dai dati e più adattamento alla pista reale. Oggi invece, gran parte dei piloti passa buon tempo della sua preparazione alle gare al simulatore, arrivando in pista con centinaia di chilometri virtuali alle spalle e conoscendo alla perfezione traiettorie, punti di frenata e gestione energetica della monoposto.
Questi sono una classe di piloti senza ombra di dubbi preparatissimi e forse anche tra i più completi da un punto di vista tecnico, ma il circuito del Canada ha evidenziato come spesso solo questo non è sufficiente e che ancora oggi la parte più istintiva e umana ha un peso enorme in pista.
F1: il simulatore può preparare ma non replicare tutto
Ad oggi nessuno mette in discussione l’utilità del simulatore, perchè è fondamentale per preparare strategie, sviluppare assetti, allenare e anticipare il comportamento della monoposto sulla pista reale. Eppure per quanto uno strumento fondamentale per l’attuale F1, c’è quella componente chiamata “istinto” che non si può allenare virtualmente e che contemporaneamente serve in pista.
Montréal ci ha ricordato come esistono, seppure poche, piste che sono in grado di rompere lo “schema perfetto” realizzato al simulatore in un battito di ciglia ed in quei casi per ottenere un buon risultato e fare la differenza bisogna affidarsi alle proprie sensazioni, al proprio modo di sentire la pista. Nei paragrafi precedenti si è fatta menzione a piloti come Lewis Hamilton ma anche per esempio Fernando Alonso, che appartengo a quella categoria di piloti dell’era meno tecnologica, che hanno basato la loro carriera non soltanto su dati e procedure ma soprattutto su istinto e capacità di leggere la pista. Ma non solo si è parlato di piloti che appartengono alla nuova scuola, sottolineando l’importanza della simulazione.
Una categoria non è superiore all’altra, ad oggi i piloti per essere performanti in pista devono essere un mix di istinto e preparazione tecnica, devono essere in grado di studiare la pista al simulatore e di prepararla al meglio prima di una gara ma anche di usare l’intuito e le proprie conoscenze per gestire le monoposto sull’asfalto. Perchè va ricordato che la F1, nonostante tutta la tecnologia possibile e indispensabile, resta prima di tutto uno sport umano.
Hamilton e il secondo posto sul podio: una conquista che ha qualcosa da raccontare
Tornando a Lewis Hamilton e al suo secondo posto in Canada, non si può stabilire se questo risultato cambierà le sorti della sua stagione e segnerà un punto di rinascita e svolta per il futuro, ma si può certamente dire che questo risultato ha qualcosa da raccontare. Racconta che in un weekend caratterizzato da muri vicini e grip imprevedibili, la F1 dimostra che guidare non è solo eseguire ma è anche “vivere” la pista, seguendo l’istinto.
Hamilton Canada F1 Hamilton Canada F1 Hamilton Canada F1