Home » Formula 1 » Brasile ‘93: l’abbraccio di una nazione

Brasile ‘93: l’abbraccio di una nazione

Il Circus questo fine settimana fa tappa in Brasile, al circuito di Interlagos, che quest’anno ospiterà la prima edizione del “Gran Premio di San Paolo”. Si avvicina così la “home race” di un pilota che alla Formula 1 ha dato tanto, ma che una curva, in una triste domenica di maggio, ha tolto tutto: Ayrton Senna. Non pensare a lui nella sua terra, nella sua città (nacque proprio a San Paolo nel 1960) è impossibile. Ayrton amava il Brasile ed i brasiliani amavano lui. E glielo dimostrarono. Sotto la pioggia, Interlagos, Gran Premio del Brasile 1993

Calcava ormai trionfante le ultime curve. L’asfalto era bagnato, aveva piovuto. Pane per i suoi denti, considerando gli anni passati a farsi le ossa sotto l’umido cielo inglese. La pioggia non gli faceva di certo paura. È vicino. È sul rettilineo. Intravede la timida bandiera a scacchi sporgersi. C’è la fatta. 

Ayrton Senna, per la seconda volta nella sua carriera, vince il Gran Premio del Brasile. 

Ora può esultare. Alza il braccio, in segno di vittoria. 

Pochi metri dopo il traguardo lo fermano dei tifosi che gli porgono immediatamente la bandiera della sua nazione. Sulle tribune è festa. E Ayrton riparte, non si ferma, non ancora. Una mano sul volante, l’altra sorregge l’asta della bandiera. Agita il polso. Oggi ha vinto lui, a casa sua. È il suo momento di gloria. E pensare che i pronostici davano le Williams come favorite. Ma adesso non importa più. 

La folla scalpita, invade la pista: vogliono tutti festeggiare il loro idolo e nessuno è in grado di bloccarli in quale modo. Le macchine continuano a correre ma loro sono lì, ubriachi di felicità, ad aspettare Senna. Ayrton è costretto a fermarsi: c’è tutto il Brasile attorno a lui.

Le guardie sono costrette ad intervenire per liberare il brasiliano dal suo abitacolo. Senna riesce a rientrare ai box all’interno della safety car. Il pilota brasiliano sbuca dal finestrino della macchina: non riesce a smettere di salutare la sua gente, di festeggiare con loro. L’indomani i giornali avrebbero riportato la seguente scritta:

Ayrton Senna vencedor“.

Ayrton non ritroverà mai più il gradino più alto del podio brasiliano, né calcherà nuovamente il circuito di Interlagos con il pubblico connazionale pronto ad abbracciarlo. Non ne ha avuto il tempo. Il suo cuore, che in quei momenti felici arrivava a sfiorare i 145 battiti (così dicono i sensori attaccati al suo corpo) cesserà di pulsare il 1 maggio 1994, sotto il sole del circuito di Imola. “Nada pode me separar do amor de Deus” (“Niente mi può separare dall’amore di Dio”) cita la tomba dove riposa da quasi 28 anni nel cimitero di Morumbi, a San Paolo. E forse è per questo che il fatto che Dio l’abbia chiamato a sé al Tamburello, mentre faceva ciò che “era nel suo sangue”, consacrando la sua leggenda, fa un po’ sorridere e un po’ arrabbiare. Perché trovare la morte su un asfalto non è giusto, perché di Ayrton ne abbiamo ancora bisogno.

Chissà per chi starà tifando da lassù, cosa ne pensa di questa nuova Generazione Z che sta diventando sempre più protagonista della Formula Uno e se sa che, ogni anno, tra i motori, ci manca sempre di più.

Giulia De Ieso

Studentessa al quarto anno di liceo classico e grande appassionata degli sport motoristici.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Torna in alto