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Talento: basta per essere tra i grandi?

Una delle questioni tanto poste è se la Formula Uno sia uno sport di talento oppure se contasse solo la macchina. Esiste davvero una risposta a questa domanda?

Un’altra stagione è giunta al termine, eppure le polemiche non si sono placate. Si sa, le vittorie fanno sempre discutere, ma quando si tratta di Lewis Hamilton e della conquista del settimo titolo mondiale, c’è sempre chi mette in discussione il suo talento, chi lo considera semplicemente fortunato a guidare la macchina vincente.

A questo punto non resta che chiederci: la Formula 1 è uno sport di talento o è la macchina da sola a contare?


Talenti del passato

La storia ci racconta come in passato sia stato sicuramente il talento dei piloti a fare la differenza, con vetture non prestazionali come oggi e molto più difficili da guidare. Chi metterebbe in dubbio il talento di Villenueve, Senna, Prost e altri? Nessuno.

Negli anni ’70 Gilles Villeneuve conquistò il cuore dei ferraristi: “guida con una tranquillità, una calma, una precisione”, guidava con passione, fattore che gli è sempre stato riconosciuto come determinante nel bene e nel male. Dobbiamo spostarci negli anni ’80 per trovare il talento di Ayrton Senna, tra i piloti più amati di tutti i tempi, capace di emozionare tutti, tifosi e non. Dall’emozione del brasiliano allo stile di guida più pulito del suo rivale, Alain Prost, uno dei migliori di sempre con 199 gare disputate, quattro titoli mondiali vinti, 51 gran premi vinti e 33 pole positions.


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Il primo dominio della storia risale al 1988 quando McLaren, la quale vantava tra le proprie fila Senna e Prost, è riuscita per bene 4 anni a vincere il mondiale; fu il biennio 88-89 quello durante il quale i numeri attestano un dominio netto. Nei due anni successivi, infatti, Prost passò alla Rossa e il duello imperversò anche contro un’altra scuderia, la Williams, alla cui guida c’era Mansell. Quel periodo è ricordato come uno dei più appassionanti anche con la presenza di monoposto superiori alle altre.

Già a partire dall’era di Michael Schumacher, però, le cose sono cambiate. Una Ferrari dominante ha permesso al tedesco di trionfare. Tuttavia non si può di certo discutere di un campione del calibro del tedesco: èpuro talento. Vive e lavora sodo, frutto di grande sacrificio e impegno. Non è un talento naturale, è un talento costruito; ma sempre puro talento. E’ un pilota freddo, senza una faccia che intrighi, senza surplus di personalità, costretto a vincere, ad andare più veloce. Pacchetto completo: talento ed etica del lavoro.


Talenti del presente

Nel 2010,un biondino di Heppenheim, dall’indiscusso talento, conquistò il suo primo mondiale: ebbe inizio il dominio Red Bull. La sua ascesa ha portato con sé non poche polemiche, c’è chi ancora oggi, anche alla luce delle stagioni passate in Ferrari, lo considera non all’altezza di tali successi. Ancora una volta, però, come si può mettere in dubbio il talento di Sebastian Vettel, il quale ha trionfato per anni, sconfitto ripetutamente il proprio compagno di squadra e lottato contro piloti come Alonso? Vettel è un pilota dal talento eccezionale e dalla fame incessante per la vittoria, la cosiddetta macchina perfetta, o almeno così era ai tempi della Red Bull.

Altro dominio, altra polemica. In ballo questa volta c’è Lewis Hamilton, il distruttore di record, capace di mettere in fila un successo dopo l’altro e far sembrare tutto semplicissimo. I numeri del dominio sono da capogiro: la media è del 94% di pole conquistate, quasi il 90% di gran premi vinti. La macchina sicuramente l’ha aiutato, ma si può dire che sia solo questo? L’aver conquistato 92 gran premi e altrettante pole sia solo merito della macchina?


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Talento o macchina, cosa conta davvero?

La macchina conta, su questo non ci sono dubbi; e il pilota invece? Si potrebbe affermare che se a guidare la Mercedes fosse un altro pilota i risultati sarebbero gli stessi? Dati alla mano, è evidente, come le cose non siano esattamente le stesse; l’inglese ha battuto il compagno di squadra Valtteri Bottas 14 volte a 3 in gara, conquistando 124 punti in più, senza contare l’assenza di Lewis a causa del Covid. Per non parlare di un altro pluricampione, Sebastian Vettel, il quale nella stagione 2013 ha conquistato 392 a fronte dei 199 di Mark Webber. In una formula uno come quella moderna, dunque, il confronto più spietato e diretto è quello con il proprio compagno di squadra, a parità di macchina è lì che il confronto si fa più acceso.

In realtà sono molti i fattori che contano, rispetto al passato è cambiata l’assegnazione dei punti, i pit stops sono diventati più sicuri e veloci, è stato introdotto il DRS, è sostanzialmente un’altra Formula Uno, molto difficile da paragonare se non addirittura furviante. Eppure quella di oggi, in cui il dominio tecnologico la fa da padrone, è più prevedibile, più scontata, a tratti noiosa.

Banalmente, ad oggi la macchina potrebbe quasi offuscare il talento del pilota, con una monoposto “troppo” competitiva si dà per scontato che colui che la guida debba vincere, come se facesse tutto lei, dipendesse tutto da lei. Eppure questo piccolo excursus ci ha insegnato che sì la macchina conta ma è ancora l’uomo “alla guida”.

Ai piloti contemporanei sono richieste caratteristiche differenti proprio per l’evoluzione dei mezzi: a livello fisico devono curare resistenza alle forze e forza. Per questo hanno uno stile di vita sano caratterizzato da tanta attività fisica, come la corsa, il ciclismo, il sollevamento pesi, un’alimentazione equilibrata. Un altro fattore sempre più importante è la prontezza mentale. Vediamo sempre i piloti svolgere esercizi legati ai riflessi; nella Formula 1 moderna è richiesta una maggiore reattività dovuta alle velocità elevate, ai molti comandi… Devono essere in grado di gestire i momenti di tensione.

Se guardassimo i giovani piloti vedremmo come sono più grintosi, reattivi mancando però di quell’esperienza che non consente loro di essere ai vertici. Ecco perchè sulle piste nuove di questo 2020 hanno dato il meglio di sé.


Piloti paganti 

Un altro dibattito che indirettamente si collega a quello tra tecnologia e talento riguarda i piloti paganti. Fenomeno non recente, ma semplicemente acutizzato negli ultimi anni dalla crisi economica delle scuderie. L’automobilismo è cresciuto a braccetto con lo sviluppo tecnologico e ingegneristico: è sempre stato uno sport riservato a grossi colossi o persone talentuose. Oggi invece si fa fatica a trovare piloti del calibro di Lewis Hamilton, Kimi Raikkonen, che si vendevano per il proprio talento; o conti sull’appoggio di una famiglia ricca, per esempio Nikita Mazepin, o su fondi d’investimento che possano essere lo Stato o sponsor privati, come nel caso di Sergio Perez.



Evoluzione, talento e soldi, dibattito aperto per cui anche i vertici FIA si sono chiesti in che direzione muoversi… I nuovi regolamenti del 2022 cambieranno le cose? Staremo a vedere., la certezza è che ci sono diversi talenti da seguire!


Anna Botton e Federica Abonante

Federica Abonante

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